La caccia non ha età

Mentre, seduto sotto il mio ombrellone in riva al mare, sfogliavo distrattamente la cronaca locale di un noto quotidiano nazionale, rimanevo colpito da un’immagine che occupava una buona parte della pagina. Si trattava della pubblicità, per la stagione venatoria 2010, della Federazione Italiana della Caccia (FIDC): l’immagine di un padre che, accovacciato su un bel prato verde assieme ai suoi splendidi cani, indica l’orizzonte al figlio. “La caccia non ha età” recita lo slogan.

Al di là della mia posizione fortemente contraria a qualsiasi tipo di violenza, compresa, naturalmente, quella nei confronti degli animali, vedendo e ripensando, poi, all’immagine pubblicitaria sono rimasto soprattutto molto colpito dal fatto che in essa mancavano le componenti fondamentali della caccia, quelle che la distinguono in maniera inequivocabile dal trekking, dalla raccolta funghi e dalla corsa campestre.

La caccia è, in verità, sangue e morte.

La caccia è, almeno, armi, rumore e odore di polvere da sparo.

La caccia è sofferenza e dolore per le ferite.

La caccia è violenza, è spesso arroganza, vigliaccheria, ignoranza.

La caccia è natura solo incidentalmente, perché è solo là (in quella poca rimasta) dove gli animali vivono.

Spinto, allora, dalla curiosità mi sono addentrato nel sito internet dell’associazione e nei siti delle numerose organizzazioni o sezioni locali.

Il mio stupore è stato quello di vedere, innanzitutto, già a prima vista, che le immagini riportate sono sempre “pulite”, con una forte censura sulla morte. Nelle home page e nelle gallerie fotografiche sono rare le foto di animali penzolanti dai carnieri o distesi inanimati a terra. Più spesso si vedono, invece, paesaggi naturali o gruppi di uomini (maschi, non donne) in posa.

In secondo luogo, addentrandomi tra le pagine e tra i documenti, ho scoperto una cosa che non avrei mai, neanche lontanamente, pensato: la caccia annovera sé stessa tra le discipline ecologiste!

Le motivazioni, espressamente indicate dalla FIDC, sono:

  • la caccia regola la biodiversità regolamentando (a schioppettate) le popolazioni animali e assicurando loro salute;
  • la caccia crea valore sia economico che politico dal momento che condiziona le decisioni di conservazione della natura a livello locale;
  • la caccia (questa è buona) può servire a ridurre il conflitto tra uomo e animali. Famosi sono, infatti, gli attacchi dei caprioli ai bambini nei parchi giochi o la picchiata mortale delle quaglie sui partecipanti delle gare podistiche.
  • la caccia controlla le specie invasive (per la verità la prima specie invasiva è l’uomo).

Senza voler essere troppo romantico e buonista sono convinto che l’uomo, anche se sostanzialmente vegetariano, abbia sempre praticato la caccia per garantirsi fonti di cibo. Ritengo, però, che l’abbia praticata sempre e solo per il proprio sostentamento, che l’abbia limitata alle quantità che poteva mangiare e conservare e che l’abbia praticata con metodologie che davano ampi margini di difesa agli animali.

La natura della caccia moderna, invece, che pone le basi su quella praticata da re e nobili per “ammazzare” la noia, non ha NULLA a che fare con l’ecologia. È semplicemente una forma gratuita di violenza e di produzione della sofferenza, fatta con armi sempre più precise (e, perciò, disumane) che ha come scopo l’intrattenimento, il divertimento e la dimostrazione della propria superiorità per chi la pratica.

Educare, riprendendo le immagini e lo slogan della pubblicità, i giovani a tale attività illudendoli che si tratti di qualcosa di diverso non è solo profondamente sbagliato ma è anche scarsamente etico.

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